venerdì 13 gennaio 2012

Fino a che età i bambini sono così irrestistibilmente adorabili?



Fino a qualche anno fa, non riuscivo a camminare per strada senza che qualcuno mi fermasse per fare qualche complimento alla mia bambina. Era una sorta di celebrità: occhialini, cappello, sonaglio in mano, sfilava in mezzo a tanti ammiratori che struggevano  per lei in un brodo di giuggiole. Ormai ha 5 anni e, benchè non gli manchi certamente affetto, qualcosa inizia a cambiare. 
Fino a che età i bambini sono così irrestistibilmente adorabili?
A questa domanda hanno cercato di rispondere tre psicologi dell'università di Toronto, Zhu Lu Luo, Hong Li, e Kang Lee. A 120 partecipanti hanno mostrato un ampio campione di immagini che rappresentavano volti di bambini di età compresa da i 4 mesi e i 6 anni. I partecipanti  hanno poi valutato l'attrattività e la simpatia di ogni bambin.
Risultato? I bambini di età inferiore ai 4 anni  risultano più simpatici e attraenti di quelli più grandi.
Una possibile spiegazione:
il volto dei neonato ha una serie di caratteristiche peculiari: fronte sporgente, un viso rotondo, occhi grandi e naso piccolo. L'evoluzione della nostra specie ci ha portato ad essere attratti da queste carattestistiche e ad attivare un senso di protezione e premurosità anche verso bambini non biologicamente imparentati. Da un punto di vista evoluzionistico, questo aumenta la probabilità di conservazione della specie!
A partire dai 4 anni inizia uno sviluppo graduale del cranio, i lineamenti facciali si fanno più marcati ed il bambino esce dalla sfera protettiva del gruppo. 
In altre parole, la natura decide che il bambino può iniziare il suo percorso verso l'autonomia. 




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mercoledì 11 gennaio 2012

“Non sapevo di essere incinta”: ecco svelato il mistero!



Coloro che la domenica sera si sono sintonizzati sul canale Real Time, saranno rimasti sicuramente sconvolti dal nuovo programma “Non sapevo di essere incinta”, che documenta lo strano fenomeno che vede protagoniste alcune donne completamente ignare della propria gravidanza. Attraverso ricostruzioni e interviste, le donne ci raccontano come non sapessero di essere incinte, dal concepimento fino allo shock del parto. Come me, molti (soprattutto molte) si saranno chiesti: com’è possibile?! 
La gravidanza comporta cambiamenti così eclatanti che ci pare difficile credere a queste storie così come ci vengono presentate. L’interpretazione più plausibile è che queste donne abbiano messo in atto una difesa psicologica molto potente: la negazione. Le paure inconsce o preconsce della gravidanza sono così terrificanti che i segni e i sintomi vengono mantenuti al di fuori della coscienza.
In letteratura vengono descritte varie forme di negazione di gravidanza, che vanno da forme più leggere di disconoscimento della realtà emotiva della gravidanza, fino alla soppressione della consapevolezza di essere incinte e al più grave diniego psicotico.
Il diniego emotivo riguarda donne consapevoli di essere incinte, ma che non modificano il loro comportamento di conseguenza: non cambiano dieta, guardaroba, tipo di attività fisica, non fantasticano sul bambino in arrivo, non pensano al nome da dargli e non preparano l’occorrente per il nascituro. Questo tipo di negazione è stato spesso osservato in donne che hanno perso il loro primo figlio, soprattutto in casi di morte infantile precoce; è stato osservato anche in donne che fanno abuso di droghe e che si sentono in colpa riguardo le potenziali conseguenze dannose.
Un tipo di negazione più estrema è quella che ci viene proposta da Real Time: si tratta di donne che sopprimono la coscienza di essere incinte durante tutta la gravidanza. Tipicamente, queste donne prendono poco peso e quelle a cui capita attribuiscono i chili in più semplicemente al fatto di essere ingrassate. Quelle che non possono attribuire l’amenorrea alla menopausa o a cicli irregolari, spesso mostrano episodi di emorragie durante la gravidanza. Inoltre, rispetto alla norma, manifestano raramente i tipici sintomi di gravidanza; quando ciò avviene, come nel caso della nausea o del vomito, il sintomo viene attribuito ad altre cause.
Perfino i segni e i sintomi del travaglio vengono mal interpretati; ad esempio, le contrazioni vengono esperite come bisogno di defecare e la rottura delle acque come incontinenza urinaria. Durante il travaglio e il parto, queste donne mostrano spesso segni di dissociazione, è infatti il momento in cui crollano tutte le loro difese e devono accettare la realtà. I casi che ci vengono riportati dal programma televisivo fortunatamente hanno un lieto fine e le donne riescono ad assumere il ruolo di madre, ma in casi più gravi il diniego può protrarsi più a lungo, compromettendo la salute del neonato per la carenza di accudimento e nutrimento.
Non è facile individuare singoli fattori di rischio che possono portare alla negazione di gravidanza, tuttavia nei casi osservati sono stati indicati:
la giovane età (la maggior parte dei casi riguarda adolescenti);
passività, ad esempio donne che non riescono a rifiutare un rapporto sessuale non desiderato e che non insistono per usare contraccettivi;
tabù familiari o culturali, per cui, ad esempio, è impensabile rimanere incinte al di fuori del matrimonio;
una storia di abusi sessuali, per cui l’accettazione della gravidanza richiamerebbe alla memoria le esperienze traumatiche;
intelligenza limitata o povertà di conoscenze riguardo il sistema riproduttivo;
eventi di vita fortemente stressanti, come perdite o lutti;
isolamento sociale.
I dati riguardo la frequenza di negazione di gravidanza non sono stati ancora raccolti in maniera sistematica, tuttavia uno studio tedesco ha riportato un caso di diniego ogni 475 nascite (Wessel et al. 2002), dunque il fenomeno non sarebbe così raro. 



References
Psychological Aspects of Women's Health Care: The Interface Between Psychiatry and Obstetrics and Gynecology. Donna E. Stewart, 2001.
Essentials of Psychosomatic Medicine. James L. Levenson, 2007.




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Il cervello di Rubik


Una versione originale del cubo di Rubik...e direi anche po' macrabra!

martedì 10 gennaio 2012

Le tecniche di interrogatorio utilizzate dalla CIA: la tortura psicologica è più efficace di quella fisica.


Nel 1985, la CIA ha ufficialmente rinunciato all'utilizzo della tortura durante l'interrogatorio. Tuttavia, il Dipartimento della Difesa Americana continua ad appoggiare strategie coercitive di tipo psicologico, come la deprivazione sensoriale e l'induzione di stress.
L'Human Resource Exploitation Training Manual è stata una delle principali guide, utilizzate dalla CIA, per estorcere informazioni ai prigionieri durante gli interrogatori.

La teoria della coercizione e dell'interrogatorio
Lo scopo di tutte le tecniche coercitive è di indurre la regressione psicologica del soggetto. La regressione è fondamentalmente una perdita di autonomia, il ritorno a un livello di dipendenza che caratterizza l'infanzia. Il prigioniero, regredendo, comincia a perdere le sue potenzialità cognitive, diviene incapace di affrontare situazioni complesse o di far fronte a relazioni interpersonali frustranti.
Vediamo nel dettaglio le varie tecniche coercitive utilizzate:

L'Arresto
Le modalità di arresto devono essere pianificate con cura: il soggetto deve essere colto alla sprovvista, quando la sua resistenza fisica e mentale è a livelli minimi. Quindi è preferibile che l'arresto venga compiuto nelle prime ore del mattino.

Detenzione
Il senso di identità della persona dipende dalla continuità con il proprio ambiente, dalle proprie abitudini, dall'aspetto fisico e dalle relazioni affettive. La detenzione interrompe il senso di continuità del Sé e priva il prigioniero delle sue risorse personali. La detenzione dovrebbe quindi essere gestita in modo da aumentare nel prigioniero il sentimento di perdita e di abbandono della propria realtà sicura e protettiva.

Privazione di stimoli sensoriali
L'isolamento agisce come forte induttore di stress. I sintomi più comuni sono il delirio, l'amore intenso verso qualsiasi cosa, animata o inanimata, allucinazioni e depressione.

Minacce e paura
La minaccia di tortura è più efficace della tortura stessa. Unica eccezione è la minaccia di morte che si è rilevata inutile, in quanto porta il prigioniero alla pura disperazione e all'abbandono di sé stesso.

Dolore
Il dolore fisico, inflitto dall'inquirente al prigioniero durante l'interrogatorio ,intensifica le sue resistenze e può favorire false confessioni con il conseguente ritardo dell'indagine. Può essere più opportuno creare una situazione dov'è il prigioniero stesso a provocarsi dolore, per esempio attraverso il mantenimento prolungato di una posizione rigida, sull'attenti o seduto su uno sgabello scomodo. In questo modo il prigioniero diventa vittima di sé stesso, esaurisce la motivazione personale e perde qualsiasi spiraglio di fiducia.

Ipnosi e suggestionabilità
Le informazioni ottenute dal soggetto sotto ipnosi non sono attendibili, in quanto distorte o inventate. Tuttavia, l'ipnosi può essere uno strumento molto prezioso.
Infatti, il prigioniero vive una contraddizione: da una parte desidera non svelare alcuna informazione, dall'altra è consapevole che la condizione di stress, alla quale vuole sottrarsi, è indotta dalla sua reticenza.
Facendo leva su tale debolezza, viene utilizzata una tecnica chiamata "magic room", attraverso la quale si porta il prigioniero, facilmente suggestionabile, a credersi realmente ipnotizzato. Ad esempio, al prigioniero può essere detto, durante l'induzione ipnotica, che la sua mano diventerà sempre più calda. Successivamente un complice riscalderà mediante diatermia la mano del prigioniero. A questo punto, il prigioniero si percepisce realmente ipnotizzato, e questo lo porta a superare i sensi di colpa per una eventuale collaborazione e a sottrarsi alla condizione di stress.

Regressione
Come accennato in precedenza, lo scopo di tutte le tecniche coercitive è di indurre la regressione. A questo fine possono essere utilizzate diverse strategie:
  • modifica dell'orario;
  • servire i pasti ad orari inconsueti;
  • alterare gli orari del sonno;
  • porre domande prive di senso.



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domenica 8 gennaio 2012

Quando la prevenzione della salute produce effetti collaterali... anche gravi!


Prevenire è meglio che curare… Non fumare! Mangia sano! Fai esercizio fisico!
Ecco un esempio di come la “troppa” prevenzione possa portare ad effetti indesiderati.
Sul Journal of the American Medical Association venne pubblicata una ricerca (Strandberg er al., 1991) in cui venivano esaminati gli effetti della riduzione di tre principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari: iperlipemia (aumento di lipidi nel sangue), ipertensione e fumo di sigaretta.
In diversi luoghi di lavoro, dopo aver proposto ed attuato un check-up, vennero identificati 1222 funzionari maschi tra i 35 e i 50 anni, portatori dei tre fattori di rischio sopra menzionati.
Metà dei soggetti (611) venne sottoposta per cinque anni ad un programma di prevenzione intensivo, comprendente farmaci, prescrizioni dietetiche e di comportamento. I soggetti venivano esaminati ogni quattro mesi; chi non si presentava riceveva dei promemoria per lettera.
L’adesione al programma fu molto alta (siamo nell’Europa del Nord, in Finlandia); nell’insieme l’intervento ottenne una riduzione globale dei fattori di rischio di circa il 50%. L’altra metà dei soggetti (controlli) vennero lasciati al loro (presumibilmente infausto) destino.

Dopo dieci anni venne valutata la mortalità nei due gruppi. Ecco i risultati:





Gruppo trattato
Gruppo di controllo


Mortalità totale
67
46
Mortalità cardiaca
34
14
Mortalità vascolare
2
4
Mortalità per tumori
13
21
Morti violente
13
1
Altre cause
5
6



Che spiegazione possiamo dare al fatto che ci sono state più morti (soprattutto dovute a problemi cardiaci) proprio fra le persone sottoposte al programma di prevenzione delle malattie cardiovascolari?
Mettiti nei loro panni: non avevi alcun problema di salute, non ti eri mai posto il problema di cambiare il tuo stile di vita… Il tuo errore è stato partecipare a quel programma: ti hanno allarmato per la tua salute, ti hanno tenuto in costante tensione per cinque anni, privato di attività piacevoli e rilassanti (cibo, alcolici, fumo) in assenza di una tua motivazione personale di partenza, ma sull’onda dello spavento e del ricatto implicito. Come ti sentiresti?
Una conferma di questa lettura è data dall’enorme sproporzione sul piano delle morti violente, ovvero suicidi e incidenti (gli autori ci tengono a precisare che solo un decesso su tredici poteva essere considerato del tutto accidentale, un incidente aereo), che possono essere facilmente interpretate come frutto della tensione. Non è difficile pensare che la stessa spiegazione possa valere per l’eccesso di morti cardiache.
Con questo non intendiamo demonizzare la prevenzione. Una corretta informazione sui fattori di rischio, la disponibilità di supporto professionale per gestire responsabilmente la propria salute, sono quanto mai auspicabili, tuttavia è importante tenere conto del benessere globale dell’individuo, in modo tale che il mantenimento della salute non diventi uno stress.


References

  • Luigi Solano, “Tra mente e corpo”, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001
  • Strandberg TE, Salomaa VV, Naukkarinen VA, Vanhanen GT, Sarna SJ, Miettinen TA. Long-term mortality after 5-year multifactorial primary prevention of cardiovascular diseases in middle-aged men. JAMA. 1991; 266:1225-1229


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Mi si è accesa una lampadina!


Questa “geniale” lampadina si chiama INSIGHT BULB, ed è stata progettata dai bielorussi Igor e Maria Soloyov, giocando sull’associazione fra idea e lampadina che si accende.

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venerdì 6 gennaio 2012

Lo sbadiglio: un mistero contagioso



Ehm, la gente non sbadiglia semplicemente perché è annoiata o stanca?
Si, è vero, si tende a sbadigliare più spesso quando stiamo per coricarci, quando ci siamo appena svegliati o siamo estremamente annoiati.
Ma la cosa non è così semplice. Ad esempio, sapevate che lo sbadiglio è molto frequente prima di una performance importante come una gara,un lancio dal paracadute e persino prima di un rapporto sessuale (Provine,2005)!
Fino a qualche anno fa si riteneva che attraverso lo sbadiglio si immettesse più ossigeno nel corpo, ma questa teoria è stata ampiamente invalidata.
In verità non sappiamo esattamente a che cosa serva sbadigliare, ma sono state fatte alcune ipotesi.
Secondo Gallup&Gallup il cervello funziona meglio entro una ristretta gamma di temperature. Sbadigliando si aumenta il flusso sanguigno all'interno del cervello e questo concorre a diminuirne la temperatura interna.
Questa ipotesi non spiega però alcuni particolari interessanti: gli sbadigli sono notoriamente contagiosi! I soggetti più contagiosi sono i membri della propria famiglia, seguiti da amici, conoscenti e infine gli estranei (Norsica,2011). 
Come può essere spiegato questo fenomeno?
Anzitutto, vale la pena ricordare l'effetto camaleonte, ovvero la tendenza inconscia ad imitare posture, modi di fare ed espressioni facciali altrui.
Imitando l'altro ci sentiamo più simili a lui e l'interazione diventa più piacevole e rilassante.
In secondo luogo, secondo alcuni ricercatori, lo sbadiglio è un segnale sociale che invita a rimanere in allerta benché la situazione sia tranquilla. Lo stato di vigilanza costante, indotto dallo sbadiglio, avrebbe aumentato la probabilità di sopravvivenza dei nostri antenati cavernicoli.
Al di là dell'uomo, il contagio dello sbadiglio è presente anche negli animali e sembra assolvere le medesimi funzioni.




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La strada per la felicità



Opera dell'artista serbo Jugoslav Vlahovic

mercoledì 4 gennaio 2012

Diarrea cronica. Sarà colpa della suocera?



Talvolta la psicoanalisi offre interpretazioni fantasiose, spesso sconcertanti, tanto che a volte ci passa un pensiero per la testa: “Forse il mio psicoanalista sta messo peggio di me?”
Oltre al sesso, Freud aveva un’altra idea fissa: l’ano e tutti i suoi correlati. La tematica della defecazione è stata approfonditamente trattata e sviluppata da molti autori di ispirazione psicoanalitica. I significati e i simboli nascosti dietro quest’atto così spontaneo, sono inimmaginabili per noi comuni mortali… Ecco qualche esempio illuminante che alcuni geni ci hanno regalato.

  • L’intestino, collegato al cervello, non si libera solo del materiale sporco, ma anche di pensieri sporchi, spesso legati a terreni di sessualità, come Freud ha ampiamente sottolineato riferendosi alla fase anale nell’evoluzione del bambino.
Ecco come parla Lowen della fissazione anale:
«Parliamo ora brevemente della fissazione anale. Quando una madre fa un clistere al suo bambino, compie un atto sessuale simbolico. Può farlo in perfetta buona fede, anche seguendo il consiglio di un medico, ma non è possibile ignorare il simbolismo psicologico di questa azione. Un clistere non può essere nocivo, specie se è necessario. Ma la pratica di somministrare clisteri ogni volta che l’intestino non è in regola è molto diffusa in certi stati della nostra società. Ed io non posso fare a meno di pensare che certe madri se ne servono per sfogare sul figlio il loro risentimento per essere femmine».

  • L’atto di defecare è anche un modo di partorire noi stessi al mondo, è un atto sacro.
Probabilmente questo significato così poetico è stato isprato dall’osservazione di casi simili a quello riportato da Aliprandi e Pati:
«Un ragazzo di tredici anni, con disturbi dell’affettività molto gravi e preoccupazioni sessuali molto pronunciate, restava per ore intere in gabinetto a giocare con le sue feci. Si trattava di un gioco molto particolare: fabbricava con le feci dei pupazzetti e credeva di essere il padre di centinaia di bambini».

Ma veniamo ai comuni problemi che affligono la regolarità intestinale di milioni di italiani, e occupiamoci della diarrea.
La diarrea è provocata da infezioni batteriche o parassitarie, avvelenamenti di ogni genere, ma anche da problemi psichici. La diarrea è un segno del fatto che il corpo vuole pulirsi, bisogna perciò assolutamente chiarirne le cause!

  • La Diarrea potrebbe rimandare alla paura delle proprie parti sporche che si sente il bisogno di pulire (impregnandole d’acqua, simbolo da sempre di purezza e di pulizia) prima che escano allo scoperto.
Nel suo libro “L’uomo contro se stesso” Robert Jhonson racconta:
­«­Chi cresce negli anni con un atteggiamento di subordinazione verso i genitori, prima o poi si imbatte in grandi difficoltà. La moglie, al primo bisticcio, ricorre alla madre, e altrettanto per ogni ostacolo che le si presenti nella vita matrimoniale.
Questo ricorrere alla madre, irrita sempre più l’uomo; il matrimonio rivela delle crepe e moglie, marito e suocera finiscono con l’avere qualche manifestazione nervosa psicogena.
Per citare un esempio, uno dei miei pazienti che si era fatto visitare da uno psichiatra, si sentì dare la seguente spiegazione per la su diarrea: “Lei odia sua suocera, e non s’augurerebbe di meglio che non vederla più. La sua diarrea rappresenta il linguaggio organico del corpo per quel desiderio represso di liberarsene”. Al paziente la cosa parve ben poco convincente. Non lo soddisfaceva l’idea che la diarrea avesse qualcosa a che fare con sua suocera, specie quando non cessò, pur essendo scomparsa la causa ipotetica del disturbo in seguito a un incidente automobilistico (per il quale, naturalmente, il nostro paziente non aveva la benché minima responsabilità)».



Mariateresa Aliprandi, Anna Maria Pati. L’alba della psicoanalisi infantile
Robert Jhonson. L’uomo contro se stesso
Alexander Lowen. Amore e orgasmo




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Neuroarte!?



Checosa hai nella testa?” è il nome della nuova serie di cervelli commestibili della scultrice Sara Asnaghi.


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lunedì 2 gennaio 2012

Come ti chiami?


Non c'è dubbio, è molto imbarazzante non ricordare il nome del proprio interlocutore. Lo conosci benissimo, sai che lavoro fa, dove vive e molti altri particolari insignificanti, ma il nome proprio non ti viene!

Queste piccole sviste quotidiane sono più comuni di quanto si possa credere.
Molte ricerche hanno dimostrato che i nomi delle persone sono fra le parole più difficili da ricordare (Griffin, 2010).

Cohen e Faulkner in un interessante esperimento hanno fatto leggere ad alcuni partecipanti le biografie di personaggi inventati. Successivamente hanno testato che cosa i partecipanti ricordavano meglio. Ecco i risultati:
  1. Lavoro: 69%
  2. Hobbies: 68%
  3. Provenienza: 62%
  4. Nome: 31%
  5. Cognome: 30%

Perché i nomi sono difficili da ricordare?
Una possibile risposta a questa domanda è che i nomi sono arbitrari e privi di significato.
Non ci danno alcuna informazione sulle caratteristiche fisiche, sulla personalità, sull'aspetto della persona. Sono in altre parole semanticamente deboli e la nostra memoria in questo caso fa cilecca!
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After image effect!!

Guarda il + nel centro dello schermo. Dovresti iniziare a vedere un punto verde che ruota intorno al cerchio. Questo punto verde è un’illus...